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L’omino del Bio Presto

Che poi, l’omino del Bio Presto, intellettualmente parlando, era di molto più onesto:

se ne stava a bagno quel paio di minuti a spot con la sua faccia da coglione ma senza la pretesa di dire, pensare od esternare Hey questo è il lavoro più fiko del mondo! perchè aveva una parte di merda in uno sketch ridicolo, ma veniva pagato per questo, e la consapevolezza di essere un ingranaggio sostituibile di un potente macchinario non lo abbandonò mai.

E men che meno si azzardava a pensare cose del tipo Come sto a mollo io non ci sa stare nessuno! perchè sapeva che aveva la faccia da coglione giusta nel momento giusto ma che , in fondo, di coglioni come lui ne era pieno lo stivale.

Quindi svolgeva il suo compitino con diligenza ed abnegazione: un sorriso, la battuta, la naturalezza di farsi un bagno vestito a festa e…

E il Bio Presto veniva venduto a kilate, forse per la magica e sapiente composizione della miscela di fofati e sbiancanti, fore perchè quei primi accenni di fotoritocco sbalordivano le massaie o forse solo perchè quella faccia da coglione era quella giusta.

Ora, a mio avviso, i moderni omini del Bio Presto hanno perso sfacciatamente quell’onestà intellettuale asumendo atteggiamenti volutamente e scherzosamente provocatori, invadendo gli spazi social per insegnarti come si sta a mollo e, peggio ancora, che come stanno a mollo loro non sta a mollo nessuno.

L’obbiettivo e farti prendere una posizione, palesare un opinione o, molto più semplicemente, creare un buzz su qualsiasi argomento, fosse anche solo la scoreggia micidiale dell’Ape Maia;

è un pasaggio necessario alla loro sopravvivenza la raccolta di consensi e dissensi al fine di oliare e masaggiare il proprio ego da una parte e ingrossare il proprio biglietto da visita virtuale con cui si propongono alle aziende dall’altra.

Probabilmente non si immaginano che, ora come allora, ci sarà sempre qualcuno a cui del Bio Presto frega nulla e del suo testimonial ancora meno:
son dettagli che, nell’era dei Big Data, possono essere tranquillamente trascurati;

Probabilmente non si rendono conto che l’omino del Bio Presto stava a mollo in una vasca trasparente piena d’acqua e loro…

Beh, ancora adesso quando li incrocio sui social, io un po’ di puzza la sento.

La morte in faccia

tweet

Era il paraurti di un automobile qualsiasi.
Era che non ha parlato ma si è capito benissimo cosa volesse dire.
Era che gli occhi si sono chiusi e riaperti per quella frazione di tempo che sembra infinita.
Era la Torino-Milano, direzione San donato Milanese.
Era quasi Novara, forse.
Era che era autunno e mi ero svegliato molto prima del sole.
Era che un caffè era stato poco, gli occhi erano aperti, il cervello ancorsa sul cuscino.
Era che il sole iniziava a salutare l’asfalto e la coda in prossimità del casello.
Era che l’istinto di sopravvivenza, quando ha incrociato lo sguardo di quel paraurti, ha pigiato il piede sul freno.
Era che chi mi seguiva rispettava la distanza di sicurezza.
Era che ora scrivo, ma poteva essere anche no.

Che poi, io

Che poi, io, non sono uno a cui riesce tutto facile, tipo uno di quelli che hanno un idea vincente in cui credere e vincono credendoci, uno di quelli che scrivono di pancia, uno che [maremma maiala] qalche cosa dritto potrebbe andare pure a me.
Piuttosto, quando mi specchio, vedo uno che crede di poter vincere ma che non ci crede neanche troppo e deve essere per questo che ho una smorfia incollata sulle labbra anche quando mi faccio le fototessera.
Eppoi questa ricerca di uno stile che non ci potrebbe essere per mancanza di stile: io, di pancia, scrivo nei miei pensieri, e sono racconti limpidi e lineari che quando li metto su queste carte elettroniche mi vien subito voglia di correggere, limare, virgolare, ironizzare e quello che avevo in testa diventa un’altra cosa che non riesco a spiegarmi ma non mi piace.
E quindi decido di non scrivere ed ogni pensiero inespresso è un aborto letterario di cui nessuno sentirà la mancanza.
Come quella volta che ho avuto la pensata di definirmi , calcisticamente parlando, un Talento inespresso per mancanza di talento e mentre scrivevo ci ridevo pure sopra e quando ho iniziato a pensare che il concetto era estendibile a svariati aspetti della mia vita il sorriso ha iniziato a sfumare come la cenere in un piatto parafrasando Baglioni.
E quando ho scritto che La vita ti sfugge | fra pensieri inespressi | sorrisi nascosti | e carezze mai date | mentre corri incosciente | per vivere un presente | che è già passato ero di molto giovane e sobrio e devo aver avuto una folgorazione che ha stimolato il mio capillare poetico, che non so poi che fine ha fatto ma non importa.
Sarà per questo che mi piace il Tumblr anche se non lo frequento, che potrebbe anche sembrare che lo snobbo ma in realtà lo rispetto, rispetto il suo essere caotico, la sua elittarietà, il suo Se non sei della cumpa giusta stai da solo ed io da solo ci sto pure bene e quasi mi dispiace interrompere il flusso incessante di post pornoartisticosentimentali per dire Hei, ci sono anch’io, con i miei pensieri profondi qulche micron.
Un po’come il tuitter ma diverso, perchè il Tumblr per me è come parlare ad un muro o pensare a voce bassa ed ogni tanto mi piace parlare fra me e te.

Fennel street

Gli skaters li trovi in Fennel Street, dietro il Corn Exange, in quella piccola piazza pedonale nel cuore di Manchester, e quando li vedi cimentarsi nelle loro evoluzioni capisci perchè tutto il centro è tappezzato qua e la di cartelli riportanti No skateboarding or rollerskating su quelli che a te sembrano innocui blocchi di pietra.

No skateboarding or rollerskating

Puoi trovarli a qualsiasi ora ed in qualsiasi giorno, e quando sei ancora lontano capisci di stare andando nel verso giusto perchè il ruomore delle tavole che rotolano si fa’ sempre più prepotente nel silenzio ovattato della piazza.

Provano e riprovano a turno lo stesso esercizio, lo stesso percorso alla ricerca dello struscio perfetto:
media rincorsa, tavola che magicamente si solleva a cinquanta centimentri da terra in prossimità del muretto, virata di novantagradi a mezz’aria, il bordo posteriore che si poggia sul primo scalino di quello strano monumento circolare, scivola per meno di un metro fino a che skaters e skateboard si ritorvano di nuovo al suolo,a volte sincroni altre separati e spesso con le teste che evitano miracolosamente gli spigoli dei blocchi di pietra seminati qua e la.

il gradino di Fennel Street

Il tutto ripetuto alla noia, senza un perchè, con o senza pubblico, per il gusto di sfidarsi più che di sfidare un divieto, per il piacere di superare un limite fisico apparentemente insuperabile.

Gli skaters e non solo.
In una città in cui sembra che che i giovani siano tutti casa scuola e molto alcool i cciovani, quelli con la doppia ci, puoi trovarci anche loro in Fennel street, con il loro corollario di attività comuni a tutti i cciovani in ogni dove:
canne, chiacchiere, qualche birra, un occhio agli skaters uno al filtro ed un altro alla Black Maria ma sopratutto tanta sporcizia come a dire Si, noi siamo stati qui, noi siamo cciovani internazionali e siamo esentati dal rispettare le regole del vivere comune:

Fuck off the rule, Anarchhy in the Uk e bla bla bla.

E per quanto questo paese si sforzi di apparire tidy e clean, ci pensano i cciovani a dirti che no, non è così, che tutto il mondo forse veramente è paese, che loro non ci stanno, che troppe regole nessuna regola.

E la Black Maria?
Oggi non si è vista.
In verità non l’ho mai incontrata in Fennel Street in tante ore passate ad osservare gli Skaters.
Ci sono le telecamere, ovunque, per controllare i cciovani perchè la storia è ovunque sempre la stessa:
circoscrivere un fenomeno in pochi punti, controllarlo a distanza, intervenire ogni tanto per ristabilire l’ordine e far credere ai ciovani di essere liberi ed indipendenti.

Fennel_street

Caro Antonello

Tu ti ricordavi di quattro ragazzi con la chitarra e un pianoforte sulla spalla e la circostanza ha sempre suscitato in me un pizzico di curiosità perchè non ho mai capito se questo pianoforte stazionasse sulla spalla della chitarra o, a turno, su quelle dei tuoi amici.

Col tempo, comunque, la seconda ipotesi l’ho scartata perchè l’Ikea all’epoca da noi non era ancora sbarcata e, soluzioni così ingegnose per il trasporto di uno strumento musicale siffattamente ingombrante atte ad alleviare la fatica, non potevano essere state ancora inventate;

se poi fosse stato a coda l’ipotesi era da scartare a priori: sarà stato sicuramente il pianoforte di Schröder e spero che i tuoi amici gli abbiano fatto solo uno scherzo prendendolo in prestito per la canzone, che un musicista sviluppa comportamente maniacali nei confronti del proprio strumento e, nel non trovarlo, potrebbero essersi sviluppati disturbi psicologici insanabili.

No, non è mia intenzione essere polemico, ma è ecologicamente scorretto affermare che solo i pini di Roma non si spezzano, perchè il pino è un albero resistente dapertutto, per sua natura, ed il rafforzativo geografico non ne aumenta la resilienza e la flessibilità.

Eppoi basta con queste appropriazioni concettuali: la notte è democraticamente di tutti ed il tuo essere capitolino non ti da il diritto di rivendicarne il possesso perchè è anche così che si innescano rivalità geografiche ed invidie campanilistiche che fomentano la voglia di frammentazione del nostro bel paese.

Presupponendo che adesso, dopo il caso Lewinsky ed i bungabunga, il tuo tuo dubbio atavico sulle segretarie e gli avvocati si sia dipanato, continuo ad interrogarmi io sul perchè le bombe delle sei non dovrebbero fare male: anche se la convenzione di Ginevra, a quell’ ora, imponesse il lancio di bombe a salve si sa che le convenzioni non le rispetta nessuno in tempi di guerra; qualcosa mi sfugge?

Detto questo, volevo informarti che no, io non ho ancora avuto l’onore di conoscere nel mio vissuto quotidiano dei personaggi così virtuosamente atletici, capaci di trasportare carichi ingombranti con disinvoltura o schivare bombe con ginnica agilità.

Ne ho conosciuti di altrettanto originali però, come quel tizio che preso dalla foga di partire per una gita al mare chiese con accorata spontaneità al bigliettaio Scusi a che ora parte il treno Torino-Liguria o quel mago del trasformismo che, tornando da una pausa pranzo leggermente intontito, nascose le ultime due note nel suo giubottino milletasche nuovo di pacca, si stampò un sorriso di plastica sulla faccia e chiese Che si fa adesso al responsabile di turno mentre la tasca prendeva lentamente fuoco.

Si, potrei scriverci anch’io un paio di Lp con i variegati soggetti che ho incontrato nel mio cammino, ma non sono un cantattore e mi devo limitare a confinare i miei ricordi dentro le righe di un post, donanndo agli interpreti attimi di celebrità anonima e postuma ed immagginandomi la faccia dei protagonisti che, nel leggere il pezzo, esclamano eccitati Minchia ma questo sono io e terminare dubbiosi con Ma chi cazzo è sto stronzo che mi prende per il culo.
Text

Il Sig.C.

Erano circa le tre di un Sabato mattina qualunque, quando il Sig. C. si congedò dal suo amico; Lui, naturalmente, non rispose al saluto perché russava già da un’ora steso sul divano con le ultime due note strette fra le dita.

Chiuse lentamente la porta dietro di se e, barcollando, scese le scale. Non che non fosse lucido, ma aveva la vaga impressione che qualcun altro, meccanicamente, eseguisse nel suo corpo i rituali del movimento: un passo e uno scalino dopo l’altro, poi due alla volta e ad occhi chiusi, “Per saggiare i riflessi” pensava, e poco ci mancò che non ci rimettesse il coccige all’ultimo scalino, interrompendo per un lunghissimo attimo la quiete ovattata di quella tromba di scale.

Uscito dal portone riconobbe senza esitazione la sua autovettura, diligentemente parcheggiata in doppia fila qualche metro più a destra, davanti ai cassonetti dell’immondizia: “Sarà mai che ci passino i vigili a quest’ora” si era detto prima di salire, e se li ritrovò assetati di multa, chini sul suo cofano, pronti a redigere un bel verbale per divieto di sosta e chiamare il carro attrezzi per la rimozione forzata; non avevano ancora iniziato a prendere il numero di targa, e questa fu la sua fortuna, perché letteralmente stupiti di come un catorcio del genere potesse ancora essere in circolazione: la multa, d’altronde avrebbe di gran lunga superato il valore della macchina.

Patente, libretto, triangolo, revisione, paternale ed un terzo grado in cui il Sig. C. dette il meglio di se in recitazione, rispolverando un repertorio di bugie degno del politico più navigato, impegnarono il trio negli interminabili minuti successivi all’incontro; un quarto d’ora e innumerevoli blablabla dopo il Sig. C. salì sul suo 126 con al frizione all’osso, fiero di avere abilmente risucchiato la contravvenzione dalla biro dei vigili.

In un attimo fu all’incrocio con il controviale di Corso Francia e svoltò a destra, direzione Piazza Statuto; quando arrivò all’incrocio con Corso Inghilterra eseguì un’impeccabile inversione ad “U” diretto verso la periferia: un po’ troppo stretta per essere sinceri, ma non ci fece molto caso.

Finalmente era sulla strada che lo avrebbe riportato a casa mentre la sonnolenza iniziava a socchiudere i suoi occhi: “Sarà quel mezzo chilo di riso alla cantonese di mezzanotte” borbottava, “…..O i quattro cordon bleu che abbiamo mangiato alle due…” dimenticandosi, nello stesso tempo, di aver arricciato e sbrinzato tutta la sera, bevendo birra casalinga per tamponare l’arsura.

Già, l’arsura…….sognava una fontana ad occhi aperti ma il primo semaforo non arrivava mai: verde, come i prati in primavera si stagliava di fronte a lui avvicinandosi sempre più di qualche centimetro ogni secondo, tanto quanto la frizione usurata concedeva. Da quando aveva svoltato non aveva ancora cambiato colore e il Sig. C. spingeva a tavoletta, 35 chilometri orari circa, perché voleva prenderlo verde: “E’ di buon auspicio” pensava, prossimo al traguardo.

“Ci siamo!” esclamò, mentre si accingeva ad attraversare solitario il primo incrocio, quand’ecco che dal profondo della periferia due fari minacciosi avanzavano, di gran carriera, sulla sua corsia: “Ma guarda sto coglione contromano!!! “ esclamò con un filo di voce, mentre pigiava freneticamente sul clacson, “E mi fa pure i fari!!!” iniziò a pensare senza avere il tempo di dare costrutto al pensiero perché i fari, all’improvviso, diventarono quattro, e poi sei, e poi tanti; seppure in uno stato semiconfusionale, il Sig. C. non impiegò molto a capire che il coglione non era l’angelo che aveva innanzi che scrupolosamente lo stava scortando a passo d’uomo, con le quattro frecce accese, in una trionfale retromarcia fino in Piazza Statuto………. Sul lato opposto della strada, alla fermata del bus direzione Rivoli, un gruppo d’increduli spettatori attendeva il Sig. C. per tributargli una personalissima standig ovation, ivi inclusa l’invasione della carreggiata stradale, brusca frenata dell’autovettura, pacche sul cofano e sul parabrezza e due note al volo.

Resettatosi e ricompostosi in una frazione di secondo, il Sig. C. riprese il suo cammino verso casa, ripensando all’accaduto e cercando di comprendere come quel semaforo avesse potuto ingannarlo così facilmente: come le Sirene non riuscirono nel loro intento con Ulisse, il Semaforo lo ammaliò con semplicità, facendo leva sul suo irrefrenabile desiderio di tornare a casa; “Anch’io ho avuto la mia Athena” concluse, mentre infilzava un verde dopo l’altro scrupolosamente attento, questa volta si, ai segnali stradali al colore dei semafori, il senso di marcia e la carreggiata imboccata.

Ma il fato decise che le sue coronarie, quella notte, non erano state sollecitate abbastanza e sul retrovisore dell’autovettura, materializzò due luci blu lampeggianti, accompagnate da un frastuono sempre più intenso col passare dei secondi: “Cazzo se circolano le voci!” pensò rallentando diligentemente all’avvicinarsi del successivo giallo, “E adesso che m’invento?”.

E il rosso arrivò, ed il Sig. C. fermò il suo automezzo lentamente un metro prima delle strisce pedonali; nell’attesa, preparò il libretto e la patente riponendoli sul sedile accanto ed aspettò: il verde, certo, ma anche l’evolversi degli eventi finché la snervante sosta ebbe fine, ed un ambulanza sfrecciò alla sua sinistra bruciando un rosso ormai sfiorito e portandosi appresso il sudore ed i tremolii del Sig. C., le sue ansie, i suoi timori e le sue paranoie. “Devo smetterla di giocare a scacchi” biascicò grattando fra la prima e la seconda, “Non riuscire a vincere mi rende ansioso……..”